ISSN 2785-552X

Il diritto di surroga dell’assicuratore nell’ipotesi di concorso di colpa dell’assicurato

Alessandro Macioci 17 Giugno 2022

[Corte Di Cassazione, sezione III, sent. 21 marzo 2022, n. 9002 – Pres. Frasca – Est. Fiecconi]

Abstract

Lo studio analizza le “dinamiche” giuridiche che conducono ad assolvere la funzione compensativa della responsabilità civile per fatto illecito attraverso l’istituto della surroga dell’assicuratore. La peculiarità del caso in commento si rinviene nella modalità di produzione del danno-evento, scaturito da un concorso di colpa del danneggiato. La sentenza è funzionale a comprendere se, stante il fatto sì descritto, l’assicuratore, dopo aver pagato l’indennità, possa surrogarsi per l’intera somma corrisposta all’assicurato-danneggiato, o soltanto per l’ammontare corrispondente alla quota di danno effettivamente imputabile al danneggiato corresponsabile dell’evento.

The study analyses the legal “dynamics” that lead to fulfilling the compensatory function of civil liability for an unlawful act through the insurer’s subrogation. The peculiarity of the case in question is to be found in the way in which the damage-event was produced, arising from a contributory negligence on the part of the injured party. The sentence is used to understand whether, given the event described, the insurer, after paying the indemnity, can subrogate for the entire sum paid to the insured-insured party, or only for the amount corresponding to the share of the damage actually attributable to the damaged party who was jointly responsible for the event.

Sommario: 1. Il caso; 2. Premesse teoriche per la trattazione giuridica del caso; 3. La funzione compensativa della responsabilità civile. Brevi cenni; 4. La compensatio lucri cum damno; 5. La surroga dell’assicuratore come effetto automatico del pagamento dell’indennità; 6. I requisiti della compensatio lucri cum damno. La regolarità/adeguatezza causale; 7. Ancora sui requisiti della compensatio. Finalità del risarcimento e dell’indennità corrisposta dall’assicuratore; 8. Ancora sul diritto di surrogazione dell’assicuratore; 9. Il diritto di surroga dell’assicuratore nell’ipotesi in cui vi sia un concorso di colpa del danneggiato-assicurato.

1. Il caso

La vicenda trae origine da un sinistro stradale la cui responsabilità è stata ripartita in modo concorrente dal giudice di prime cure: il danneggiante è stato ritenuto responsabile per il 75%, ed il danneggiato, concorrente nella colpa, è stato riconosciuto responsabile per il 25%.

Dal fatto illecito testé descritto, è sorto un credito risarcitorio nella sfera giuridica del danneggiato; l’illecito, tuttavia, costituisce anche il presupposto per l’operare di una diversa fattispecie che impone all’INPS di indennizzare, in qualità di assicuratore sociale, il danno subito dal danneggiato.

In seguito al pagamento, l’INPS, esercitando il diritto di surroga previsto dall’articolo 1916 c.c., chiede al danneggiante il pagamento del debito risarcitorio. Questi, tuttavia, eccepisce il concorso di colpa e nega all’ente di previdenza il pagamento dell’esatto ammontare corrisposto dall’INPS al danneggiato.

La vicenda così ricostruita è giunta in Cassazione per violazione degli articoli 1223 e 1916 c.c. ai sensi dell’articolo 360 c.p.c. n. 3, e, segnatamente, per quel che interessa ai fini del presente studio, nella parte in cui il giudice di appello non ha riconosciuto all’INPS il diritto di surroga per l’intera somma da questi pagata al danneggiato, corresponsabile nella causazione del danno ai sensi dell’articolo 1227 co. 1 c.c.

2. Premesse teoriche per la trattazione giuridica del caso

Invero, la corretta ricostruzione della vicenda abbisogna di alcune premesse teoriche.

Occorre comprendere, infatti, come accordare la funzione compensativa della responsabilità civile, allorché allo schema binario danneggiante-danneggiato si aggiunga un terzo soggetto, assicuratore del danneggiato.

Inoltre, il caso in analisi presenta un ulteriore elemento di complessità costituito dalla presenza del concorso di colpa del danneggiato come causa di riduzione del quantum risarcitorio per co-produzione del «danno-evento» ai sensi dell’articolo 1227. co. 1 c.c.

3. La funzione compensativa della responsabilità civile. Brevi cenni

La struttura dell’illecito aquiliano delineata dalla norma contenuta nell’articolo 2043 c.c., mostra che il diritto al risarcimento del danno ha come presupposto e come limite il cosiddetto danno conseguenza. Non si risarcisce, cioè, la mera lesione della situazione giuridica soggettiva lesa (l’ingiustizia del danno), né la mera perdita economica che prescinde dalla predetta lesione (danno conseguenza). L’articolo 2043 richiede, affinché sorga il diritto soggettivo al risarcimento del danno, entrambi i requisiti: danno evento e danno conseguenza [per una visione analitica degli elementi costitutivi della fattispecie normata dall’articolo 2043, v. Giovagnoli, Manuale di diritto civile, Itaedizioni, 2022, 1705].

In disparte la possibilità di prevedere con legge danni c.d. punitivi [cfr. Cass., sez. un., 5 luglio 2017, n. 16601, in De Jure, con nota di F. Benatti, Benvenuti danni punitivi…o forse no!, in Banca borsa tit. cred., 2017, 5, 575 ss.], il danno conseguenza manifesta come la funzione della responsabilità civile abbia natura compensativa, e non punitiva. Non si tratta di sanzionare il danneggiante, ma di riportare il danneggiato nella medesima curva d’indifferenza in cui si trovava nell’imminenza dell’illecito subito.

La funzione compensativa della responsabilità civile deve accordarsi con i casi in cui il danneggiato benefici, per legge o per stipulazione di un contratto, di un’assicurazione contro i danni, avendo diritto, pertanto, non soltanto al risarcimento del danno al quale è obbligato il danneggiante, ma anche al pagamento dell’indennità da parte dell’assicuratore.

Nel caso appena prospettato ed oggetto della sentenza in commento, sia il diritto al risarcimento del danno che il pagamento dell’indennità hanno il medesimo scopo di rifondere il danneggiato del danno subito.

In tali ipotesi, la funzione compensativa della responsabilità civile può essere garantita soltanto attraverso meccanismi che consentano di ridurre il quantum del risarcimento in seguito al pagamento dell’indennità (al fine di evitare che il danneggiato ottenga un’ingiusta locupletazione), e, al contempo, che consentano all’assicuratore di essere surrogato, ex art. 1203 co. 1 n. 3 e 1916 c.c., nei diritti del creditore, al fine di consentire che il danneggiante – debitore risponda economicamente dell’illecito commesso [Hazan, Risarcimento e indennizzo (nella polizza infortuni): cumulo o scorporo, in Danno resp., 2014, 10, 912 ss.; Izzo, La «giustizia» del beneficio. Fra responsabilità civile e welfare del danneggiato, Editoriale scientifica, 2018, 305].

4. La compensatio lucri cum damno

La compensatio lucri cum damno è funzionale ad ottenere tale scopo, riportando il sistema in equilibrio attraverso i due meccanismi appena menzionati: la riduzione del risarcimento e la surroga dell’assicuratore nella posizione giuridica del danneggiato.  

Si tratta di una fattispecie che nella sua applicazione concreta non è prevista espressamente dalla legge, ma che è stata costruita dalla giurisprudenza con stratificazioni successive. Non v’è dubbio, però, che i valori che sottendono l’applicazione della compensatio rinvengano la propria fonte normativa nell’articolo 1223 c.c. – richiamato dall’articolo 2056 c.c. – che enuncia il principio d’integralità del risarcimento allorché dispone «il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta».

Le note che seguono sono inevitabilmente influenzate dal caso che si vuole commentare, essendo difficile predicare un’applicazione unitaria della «compensazione del guadagno con la perdita». In linea generalissima, può dirsi che essa trova applicazione allorché una medesima condotta produca al contempo diseconomie esterne ed esternalità positive. L’eterogeneità di casi che sono avvinti dalla possibilità d’applicazione della compensatio, impone, come accennato, di restringere lo spazio di analisi a quei soli casi in cui sono coinvolti tre soggetti: il danneggiante, il danneggiato ed un assicuratore, legale o volontario, del danneggiato.

V’è, dunque, un diritto al risarcimento del danno che sorge in conseguenza del fatto illecito, e che un danneggiato può pretendere da un danneggiante.

Al contempo, il medesimo illecito è anche il presupposto per l’operare di un diverso titolo, di natura legale o contrattuale, che impone, nel caso in commento, ad un ente di previdenza (l’INPS) di corrispondere al medesimo danneggiato un’ulteriore indennità, generando il rischio che il creditore venga ristorato due volte, in spregio alla funzione compensativa della responsabilità civile. Il danneggiato non verrebbe ri-posto su una curva d’indifferenza omogenea a quella in cui giaceva ante danno, ma addirittura godrebbe di un’ingiusta locupletazione.

D’altra parte l’esclusiva cura della posizione danneggiato, potrebbe portare il sistema a degenerare in un’altra distorsione. Si pensi all’eventualità in cui l’Istituto di previdenza corrisponda al creditore la somma assicurata, determinando, al fine d’evitare un ingiustificato arricchimento del danneggiato, la riduzione della posta risarcitoria che questi potrà pretendere dal danneggiante. Il debitore, se non vi fosse la surrogazione per pagamento, verrebbe a trovarsi in una situazione singolare, in cui commettere o meno un illecito sarebbe sostanzialmente indifferente – perché non potrebbe subire un’azione di risarcimento del danno dal danneggiato, già ristorato dall’ente di previdenza – determinando il venire meno della funzione deterrente della responsabilità civile [Giovagnoli, op. cit., 1790]

L’equilibrio ambito dalla funzione compensativa della responsabilità civile, impone, dunque, di non arricchire sine causa il danneggiato e di obbligare il danneggiante al risarcimento nei limiti del «danno-conseguenza» da questi provocato.

Quest’ultima finalità viene raggiunta attraverso l’istituto della surroga disciplinata dall’articolo 1916 del codice civile, attraverso cui l’assicuratore, dopo aver corrisposto l’indennità, subentra nella medesima posizione creditoria del danneggiato e sorta in seguito alla commissione del sinistro. Il nuovo soggetto del rapporto, l’assicuratore, eserciterà il diritto di credito nei confronti del danneggiante riportando il sistema in equilibrio.

Ovviamente il danneggiato, già ristorato dall’assicuratore, non potrà azionare il proprio credito nei confronti del danneggiante, altrimenti questi, dopo aver adempiuto all’assicuratore, si troverebbe a “pagare” due volte subendo le conseguenze d’un danno punitivo in assenza di un’espressa previsione legislativa.

I due rapporti giuridici (danneggiante-danneggiato e assicuratore-assicurato) nati in base due titoli diversi (responsabilità civile e contratto di assicurazione) vengono composti attraverso l’istituto della surroga.

5. La surroga dell’assicuratore come effetto automatico del pagamento dell’indennità

La sentenza affida l’equilibrio del sistema al meccanismo della surroga dell’assicuratore normato dall’articolo 1916 c.c.

È tramite esso che i due rapporti vengono congiunti, e le stesse SS.UU. [Cass., sez. un., 22 maggio 2018, n. 12564-5, in De Jure, con nota di Nivarra, Le sezioni Unite restituiscono un ordine auspicabilmente definitivo al discorso sulla compensatio lucri cum damno, in Resp civ. e prev., 2018, 4, 1160; Cass., sez. un., 22 maggio 2018, n. 12566, in De Jure, con nota di Basso, Compensatio lucri cum damno e infortunio in itinere: le Sezioni Unite mettono un punto fermo sulla detraibilità della rendita INAIL, in Ridare.it, 2018; Cass., sez. un., 22 maggio 2018, n. 12567, in DeJure] non esitano a scrivere di un rapporto trilaterale che deriva, in seguito all’operare della surroga, da due rapporti bilaterali. 

La surrogazione per pagamento determina una successione in senso tecnico dal lato attivo del rapporto obbligatorio, e consente al solvens d’essere surrogato, nella misura del pagamento espletato (cfr. art 1205 c.c., in materia di surrogazione parziale), nei diritti che l’originario creditore aveva nei confronti del debitore.

La surrogazione, in altri termini, costituisce, in capo al soggetto surrogato, un diritto eguale e derivato dal diritto del creditore soddisfatto, e assistito dalle stesse garanzie reali e personali [Giovagnoli, op. cit., 693].

Occorre però intendere bene i singoli passaggi che portano a conservare la funzione compensativa della responsabilità civile. 

In particolare, ci si chiede perché il danneggiato-creditore, ricevuta l’indennità, non possa azionare il credito risarcitorio avverso il danneggiante-debitore. E se l’assicuratore non esercitasse la surroga? In quest’eventualità impedire di richiedere il credito risarcitorio significherebbe premiare il danneggiante, in spregio alla funzione deterrente della responsabilità civile. 

La questione si lascia scomporre in due alternative, oggetto di passato contrasto tra le Sezioni del supremo consesso.

La prima si risolve nel considerare la surroga come effetto non automatico del pagamento dell’indennità, sicché non potrebbe precludersi al danneggiato di richiedere il credito risarcitorio, stante il rischio (per l’appunto) che neanche l’assicuratore eserciti la surroga e che, per l’effetto, il danneggiante non risarcisca alcunché [cfr. ex multis Cass., sez. un., 13 marzo 1987, n. 2639; Cass., 23 dicembre 2003, n. 19766]. 

La seconda [ex multis, Cass., 11 giugno 2014, n. 13233 in DeJure] sta nel considerare la surroga come effetto automatico del pagamento dell’indennità, che determina l’immediato subentrare (ex lege in seguito al pagamento) dell’assicuratore nella medesima posizione giuridica del danneggiato, e che, pertanto, preclude al creditore di azionare il credito risarcitorio in un rapporto del quale egli non è più parte.

Le Sezioni Unite poc’anzi citate [in particolare Cass., sez. un., 22 maggio 2018, n. 12565, in De Jure] scelgono la seconda soluzione, muovendo da argomenti di natura diversa, tra cui spicca l’interpretazione sistematica del combinato degli articoli 1916 e 1203 n.5. c.c.  Quest’ultimo, nel suo tenore assertivo “la surrogazione ha luogo di diritto (…) negli altri casi stabiliti dalla legge” – tra cui v’è l’articolo 1916 c.c. –  sembra tradire un’ermeneusi che riconduce l’operare della surroga ad un effetto automatico, non richiedendo la fattispecie il pronunciarsi d’una espressa volontà del surrogato. 

Si conclude constatando che il danneggiato che ha ricevuto il pagamento dell’indennità prima di ottenere la refusione del credito risarcitorio, non potrebbe richiedere anche quest’ultimo, perché non è più parte del rapporto giuridico originato dal fatto illecito. In conseguenza dell’automatico operare del pagamento con surrogazione, le nuove parti del rapporto divengono l’assicuratore surrogato ed il danneggiante.

6. I requisiti della compensatio lucri cum damno. La regolarità/adeguatezza causale

La compensazione del vantaggio con il danno, tuttavia, abbisogna di alcuni requisiti per operare.

Occorre innanzitutto che la commissione dell’illecito – da cui sorge il credito risarcitorio – ed il pagamento dell’indennità – la cui fonte si rinviene nella legge o nel contratto di assicurazione – siano avvinti da un rapporto di regolarità/adeguatezza causale.

È essenziale che l’accertamento del nesso causale che lega fatto e danno-conseguenza sia il medesimo utilizzato per tra-scegliere i vantaggi da dedurre in compensatio.

Le Sezioni Unite testé citate sono state chiamate a comporre un contrasto interpretativo vertente sul significato dei termini “immediatezza” e “direzione”, scelti dal legislatore (art. 1223 c.c.) come parametri di selezione del «danno-conseguenza» risarcibile. In particolare, è sembrato [ex multis: Cass., 28 luglio 2005, n. 15822] che il vantaggio da scomputare in compensazione non sia avvinto da un rapporto di immediatezza e direzione con il fatto illecito, essendo, al contrario, fatalmente inter-mediato dalla legge o dal contratto di assicurazione

Altrimenti espresso, il credito dell’indennità appare piuttosto un elemento d’una fattispecie complessa la cui fonte è di natura legale o contrattuale.

Lo svolgersi dell’argomento richiede maggiore indugio.

Si è accennato alla causalità giuridica ed alla distinzione con la causalità materiale. 

In seguito all’imputazione del fatto illecito al danneggiante attraverso il criterio della causalità materiale, occorre selezionare i danni risarcibili attraverso il criterio della causalità giuridica. 

Soccorre l’articolo 1223 c.c. che, richiamato dall’articolo 2056 c.c., introduce nel sistema della responsabilità per fatto illecito i criteri dell’immediatezza e della direzione: «il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta».

Non è questa la sede per ripercorrere l’interpretazione giurisdizionale della «direzione» e dell’«immediatezza»; si vuole piuttosto introdurre il problema che muove la compensatio, e cioè ricercare il criterio che affascia ad un tempo vantaggio e danno consentendo lo scomputo.

Con maggiore impegno esplicativo: se il danno risarcibile deve essere in rapporto immediato e diretto con il fatto illecito, quale è il criterio causale per selezionare i vantaggi computabili nel diffalco? 

Le Sezioni Unite [Cass., sez. un., 22 maggio 2018, nn. 12564-7 in DeJure] ammoniscono che il criterio debba essere il medesimo, e rammentano, però, che è difficile rinvenire vantaggi che derivano dal fatto illecito in modo immediato e diretto, ancor più nella fattispecie in commento in cui il lucro e il danno promanano da titoli diversi. I criteri dell’immediatezza e della direzione interpretati nella loro letteralità escluderebbero dalla scena la quasi totalità dei vantaggi, rendendo, di fatto, pressoché impossibile rivenire casi d’applicazione della compensatio. È per questa ragione che le Sezioni Unite confermano il più elastico criterio della regolarità causale – per la selezione sia dei danni che dei vantaggi – che non pretende maglie troppo anguste, ma si accontenta di selezionare lucri che non siano del tutto scevri da legami causali con l’illecito, ma che rinvengano, al contrario, nell’illecito la loro regolare produzione giuridica. 

Riportando esempi delle stesse Sezioni Unite, sarebbe irrazionale considerare nello scomputo poste ereditarie che il beneficiario guadagna in occasione della morte del de cuius, quand’anche essa venga occasionata da un fatto illecito. La morte, infatti, è un evento certo che si sarebbe verificato anche in assenza d’illecito, benché più in là nel tempo. Allo stesso modo, non può introdursi in compensatio il vantaggio tratto dal nuovo lavoro del coniuge superstite, che ha deciso d’immettersi nel mondo del lavoro soltanto perché, alla morte del congiunto, si è scoperto sprovvisto di una fonte di reddito. Si tratta di vantaggi che hanno fonte autonoma e che non si predicano in rapporto di regolarità causale con l’illecito. Quest’ultimo è soltanto semmai un coefficiente casuale lontano (e non prossimo né «normale») della loro produzione, troppo remoto per essere d’improvviso catapultato nell’operazione contabile compensativa. Enuncia Cass., sez. un., 22 maggio 2018, n.  12565 «la sollecitazione a compiere la verifica in tema di assorbimento del beneficio nel danno in base a un test eziologico unitario, secondo il medesimo criterio causale prescelto per dire risarcibili le poste dannose, non possa spingersi fino al punto di attribuire rilevanza a ogni vantaggio indiretto o mediato, perché ciò condurrebbe ad un’eccessiva dilatazione delle poste imputabili al risarcimento, finendo con il considerare il verificarsi stesso del vantaggio un merito da riconoscere al danneggiante».

Per concludere, è da ragionare sull’impossibilità di pretendere che i vantaggi derivino in modo immediato e diretto dall’illecito, interpretando il termine immediatezza secondo il proprio rigore semantico – da immediatus (composto di in e mediatus), che traduce il greco ἄμεσος, e che significa “non ha nulla di interposto”. Tra il fatto ed il lucro, infatti, v’è dell’altro che inter-media, che si pone, cioè, da ponte, unendo: la legge o il contratto.

Ragionamento analogo si guadagna scrutando l’etimologia del termine «diretto», participio passato di dirigere, composto latino di di e regere (guidare), che sembra esprimere il volgere verso una mèta, senza soste intermedie, e che, dunque, mal si attaglia alla selezione di un lucro che passa per la «sosta» della legge o del contratto.

Allo stesso tempo, però, occorre non estendere in modo irragionevole l’area del diffalco, prendendo in considerazione lucri collegati con il fatto illecito attraverso coefficienti causali assai remoti, e che, al contrario, traggono la loro origine diretta da impulsi riconducibili all’opera diretta del danneggiato (e non del danneggiante), meritando, dunque, d’essere cumulati con il risarcimento.

Il criterio mediano scelto dalle SS.UU. per vagliare i danni da risarcire ed i guadagni da scomputare è l’adeguatezza causale.

7. Ancora sui requisiti della compensatio. Finalità del risarcimento e dell’indennità corrisposta dall’assicuratore

Non può esservi compensatio in un rapporto triadico se la prestazione fonte del lucro (nel caso in commento: l’indennità) e l’obbligazione risarcitoria non svolgono la medesima funzione di rimuovere gli effetti negativi del danno, e di riportare, dunque, il danneggiato nella medesima curva d’indifferenza in cui si trovava prima della commissione dell’illecito [Rodolfi, Applicabilità e limiti del principio della c.d. compensatio lucri cum damno, in Ridare.it, 2018,]. Affinché, cioè, operi il diffalco tra l’indennità erogata dall’assicuratore ed il risarcimento dovuto dal danneggiante, è necessario che il vantaggio (l’indennità) sia causalmente giustificato in funzione di rimozione dell’effetto dannoso dell’illecito.

Viceversa, non è logicamente tollerabile uno scomputo tra un credito di natura previdenziale ed un credito il cui senso sta nel risarcimento del danno, perché in tal caso il lucro ed il danno non svolgerebbero la medesima funzione, non essendo il lucro funzionale a ristorare le conseguenze economiche negative prodotte dal danno [Bellisario, Compensatio lucri cum damno: il responso delle Sezioni Unite, in Danno resp., 2018, 4, 438 ss.; Chiriatti, La pensione di reversibilità non dev’essere detratta dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal superstite, in Ridare.it, 2018; R. Pardolesi, Assicurazione e responsabilità civile, risarcimento più indennizzo: troppa grazia? Modelli a confronto, in Nuova giur. civ. comm., 2018, 10, 1487 ss.; C. Scognamiglio, Le Sezioni Unite e la compensatio lucri cum damno: un altro tassello nella costruzione del sistema della responsabilità civile e delle sue funzioni, in Nuova giur. civ. comm., 2018, 10, 1492 ss.].

 In questo orizzonte orientativo si stagliano le sentenze delle Sezioni Unite poc’anzi citate che, invero, introducono un elemento di assoluta novità allorché pretendono di rinvenire la funzione teleologica del credito (previdenziale o risarcitoria) dalla presenza, o meno, di una norma che consenta il diritto di surroga dell’assicuratore nei diritti del creditore avverso il danneggiante.

L’espressa previsione della surroga, si argomenta, è il segno della voluntas legis d’unire i due rapporti, e, dunque, di applicare i principi della compensatio. Se ne inferisce, che se non v’è surroga, il «vantaggio» non dovrebbe avere funzione risarcitoria, non dovrebbe esservi compensatio, ed il creditore potrebbe raddoppiare la propria posta di credito.

Sembra, perciò, che la funzione lato sensu risarcitoria del credito fonte del «vantaggio» – ed il conseguente operare della compensatio – non dipenda da valutazioni ermeneutiche, ma da un’espressa previsione legislativa.

In disparte la correttezza della conclusione, si accenna che il sistema sì congegnato rischia di invertire le conclusioni di precedenti storiche pronunce giurisprudenziali [si vedano, ex plurimis, Cass., 19 gennaio 2007, n. 1183, in DeJure; Cass., 8 febbraio 2012, n. 1781, in DeJure; Cass., sez. un., 6 maggio 2015, n. 9100, in DeJure; Cass., sez. un., 22 luglio 2015, n. 15350, in DeJure; Cass., sez. un., 5 luglio 2017, n. 16601, in DeJure] che assegnano alla funzione compensativa della responsabilità civile – ottenuta con l’applicazione della compensatio – il ruolo di principio generale. Se, infatti, v’è compensatio solo se v’è l’espressa menzione normativa di un meccanismo di surrogazione per pagamento, la compensazione da regola sembra divenire eccezione [Villa, Brevi annotazioni al confine tra compensatio e autonomia privata, in Nuova giur. civ. comm., 2018, 10, 1499 ss.].

8. Ancora sul diritto di surrogazione dell’assicuratore

L’equilibrio del sistema passa, dunque, attraverso l’esercizio del diritto di surrogazione da parte dell’assicuratore. Dispone l’articolo 1916 c.c. che «l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso i terzi responsabili».

Nel par. 3.2 della sentenza in commento si legge che «la Corte di Cassazione, con la sentenza del 23 giugno 2021, n. 17966, ha ribadito che l’istituto della surroga consiste nella sostituzione di un terzo nei diritti del creditore e non permette, pertanto, che il surrogato goda di prerogative superiori a quelle proprie del creditore, cui si sostituisce. Trattasi di successione a titolo particolare nel rapporto obbligatorio, dal lato attivo, il quale non muta a causa della surrogazione».

Può dirsi, pertanto, che il diritto di surrogazione dell’assicuratore rinviene le proprie rationes di sistema nel principio indennitario e nel principio secondo il quale il responsabile del danno deve sopportare le conseguenze dell’illecito commesso.

Secondo il primo – che ovviamente involge la sola assicurazione contro i danni (cfr. art. 1905 c.c.) – l’obbligo dell’assicuratore di pagare l’indennità sorge soltanto se si verificherà il sinistro dedotto in contratto, e soltanto nell’esatta misura del danno prodotto dal sinistro (cfr. artt. 1909 e 1910 c.c.).

Per il secondo, la responsabilità civile deve svolgere una funzione deterrente, non potendo consentirsi al danneggiante d’essere indifferente all’alternativa se provocare, o meno, il fatto illecito.

9. Il diritto di surroga dell’assicuratore nell’ipotesi in cui vi sia un concorso di colpa del danneggiato-assicurato

L’articolo 1227 c.c. – richiamato dal primo comma dell’articolo 2056 c.c. – disciplina il fatto colposo del creditore, disponendo, al primo comma, che «se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate».

Si tratta della medesima ratio che governa la disposizione dell’articolo 2055 c.c., applicata, però, al caso in cui non vi siano più condebitori tenuti in solido, ma soltanto un creditore che per una quota di colpa è corresponsabile del danno che ha subito.

Il caso deciso dalla sentenza in commento trae origine da un sinistro stradale in cui il danneggiato è stato ritenuto corresponsabile al 25%. La quota di colpa del creditore determina una corrispondente riduzione della responsabilità del danneggiante, e fatalmente conduce ad una deduzione in pari percentuale del quantum risarcitorio.

Questo scenario fattuale deve armonizzarsi con la circostanza che rende peculiare il caso in commento, costituita dalla presenza di un assicuratore sociale che in forza del summenzionato principio indennitario ha indennizzato l’intero danno, non tenendo in conto il concorso di colpa del danneggiato.

S’intuisce subito che anche in questo caso il sistema necessita di tornare in equilibrio, stante la presenza del rischio che il creditore riceva una somma di denaro eccedente il quantum risarcitorio dovuto dal danneggiante, perché non considerevole della quota di concorso di colpa del danneggiato nella produzione del danno-evento.

Esemplificando con numeri puri, se il danno è 100 ed il danneggiato è corresponsabile per 25, qualora questi ricevesse 100 di indennità, verrebbe posto su una curva di indifferenza più alta di quel che gli spetta, perché non sarebbe tenuto in conto che egli ha concorso, per sua colpa, alla produzione del danno-evento per la quota di 25.

Anche la posizione dell’assicuratore sociale emerge incerta. Occorre chiedersi se questi, dopo aver indennizzato tutto il danno ed essersi surrogato al creditore, possa chiedere al danneggiante quanto ha “pagato” (l’intero danno) oppure se la surroga sia confinata ad un ammontare delimitato dalla quota di colpa del danneggiato.

In altri termini: se non si consente all’assicuratore sociale di surrogarsi per l’intero, questi subisce una perdita di difficile senso. Ma se gli si consente la surroga per intero, il danneggiante risponde oltre la propria la responsabilità, entrando in una logica dalle apparenze sanzionatorie, pur in assenza di un’espressa previsione di legge.

L’insolubilità del caso è soltanto fittizia, trovando la propria composizione nel principio di diritto enunciato dal paragrafo 3.4 della sentenza in commento: «nel caso di concorso di colpa fra l’infortunato che abbia usufruito del trattamento assistenziale di un ente previdenziale quale l’INPS e il terzo responsabile dell’illecito, l’ente che agisce nei confronti di quest’ultimo in surrogazione dell’assistito ha diritto di ottenere l’intero ammontare delle prestazioni erogate, non decurtato, cioè, della quota riferibile al concorso di colpa, il quale opera, invece, come limite massimo della rivalsa, nel senso che questa non può mai superare la somma complessivamente dovuta dall’autore del danno per effetto del concorso di colpa del danneggiato» [fra le tante: Cass., 11 maggio 2007, n. 10834; Cass., 16 novembre 1999, n. 12686]

E più chiaramente nel 3.5: «il diritto dell’assicuratore che agisca in surrogazione nei confronti del terzo responsabile è sottoposto al duplice limite del danno effettivamente da questi causato all’assicurato, da una parte, e dell’ammontare dell’indennizzo pagato dall’assicuratore, dall’altro; ne consegue che, nei casi di concorso di colpa della vittima nella produzione dell’evento, per stabilire il limite della surrogazione la riduzione per il concorso di colpa dell’assicurato va defalcata dal risarcimento globalmente dovuto dal responsabile, e non dall’indennità corrisposta dall’assicuratore e per il cui recupero l’assicuratore medesimo agisca in surrogazione; e tanto con l’effetto che l’assicuratore può pretendere dal responsabile, a titolo di surrogazione, la minor somma tra l’entità dell’indennizzo concretamente corrisposto all’assicurato e l’entità del risarcimento concretamente dovuto dal responsabile, già al netto della riduzione ascritta al concorso di colpa del danneggiato».

I rischi di over compensation del danneggiato e di infliggere un danno punitivo al danneggiante in assenza di un’espressa previsione di legge, vengono risolti attraverso l’istituto della surroga, ancorato al criterio della minor somma. L’ente surrogato ha diritto a riavere l’intero indennizzato ma non può chiedere al debitore più del danno da questi provocato. Per l’eccedenza dovrà rivolgersi all’assicurato che ha ricevuto dall’assicuratore sociale un’indennità che esubera i confini del danno subito; l’ente di previdenza, infatti, non ha considerato che il danno è stato prodotto anche per colpa del danneggiato, la cui quota di responsabilità va, per l’effetto, defalcata dal risarcimento al quale è obbligato il danneggiante.

È utile esemplificare il principio di diritto appena enunciato con un semplice esempio numerico. Si supponga che il danno subito dal danneggiato sia pari 100; che il danno, tuttavia, sia scaturito anche a causa di un concorso di colpa del danneggiato stesso (art. 1227 co. 1 c.c.) per una quota di corresponsabilità pari a 25; che l’assicuratore del danneggiato, però, non abbia pagato un’indennità pari a 75 (100-25) ma uguale a 100, cioè all’intero danno.

È in questo momento dell’analisi che si staglia il quesito di diritto risolto dalla sentenza in commento: l’assicuratore sociale, agendo in surroga e divenendo il nuovo creditore, può agire nei confronti del danneggiante per 100 (l’intera indennità pagata al danneggiato) o per 75 (il solo danno che il danneggiante deve risarcire in considerazione della presenza d’una quota di concorso di colpa del danneggiato)? La risposta è: la minor somma tra 100 e 75: dunque, 75. Non è possibile, infatti, chiedere al danneggiante di risarcire una somma eccessiva rispetto al danno che ha prodotto per sua responsabilità, altrimenti questi si accollerebbe un danno «punitivo» in assenza di una espressa previsione di legge [Cass., sez. un., 5 luglio 2017, n. 16601, cit.]. E dunque, i 25 che l’assicuratore sociale ha pagato in più non potranno che essere richiesti al danneggiato, il quale, ricevendo 100 dall’ente di previdenza, si è giovato di un lucro maggiore, eccessivo, perché il danno-evento che ha subito stato co-prodotto, per la quota di 25, anche per sua responsabilità.

Al contrario – e sempre in ipotesi di concorso di colpa del danneggiato nella produzione del «danno-evento» – se l’indennità pagata dall’assicuratore fosse inferiore rispetto all’ammontare del risarcimento dovuto dal danneggiante, l’assicuratore, agendo in surroga, diverrebbe un nuovo creditore del danneggiante per una somma esattamente uguale all’indennità pagata all’assicurato.

Concludendo, non è possibile dedurre dall’indennità pagata dall’assicuratore la quota di concorso di colpa del danneggiato. L’ammontare del credito per il quale si agisce in surrogazione è esattamente uguale all’indennità pagata dall’assicuratore. Ma non si può pretendere che esso venga corrisposto totalmente dal solo danneggiante se il danno da questi prodotto è inferiore all’indennità corrisposta dall’ente di previdenza.

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di Alessandro Macioci
Dottore di ricerca nell’Università “La Sapienza” di Roma
alessandromacioci@gmail.com

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