ISSN 2785-552X

La funzione perequativa della divisione con conguaglio e il rapporto con la comunione legale

Gloria Giorgi 12 Marzo 2022

[Corte di Cassazione, sezione seconda civile, sent. 24 maggio 2021, n. 14105; Pres. Manna – Est. Abete] 

Abstract

Il bene assegnato in sede di divisione della comunione ereditaria non configura un acquisto ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. a), c.c., neanche quando sia previsto un conguaglio in denaro. Tanto l’assegnazione quanto il conguaglio possiedono la medesima valenza funzionale e sono, dunque, entrambi sottratti all’area delle contrattazioni sinallagmatiche commutative equiparabili agli acquisti della comunione legale. Il riconoscimento, a carico di uno dei condividenti, dell’obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di conguaglio persegue il mero effetto di perequazione del valore delle rispettive quote, muovendo nell’ambito di attuazione del diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione. Ciò giustifica la riconduzione del loro titolo ad un unico momento genetico, da rinvenire nella vicenda mortis causa che ha dato origine alla comunione ereditaria. 

The good assigned in the division of hereditary communion does not configure a “purchase” pursuant to art. 177, paragraph 1, lett. a), c.c., not even when a cash adjustment is expected. Both the allocation and the adjustment have the same function and are not, therefore, comparable to purchases in the field of legal communion. The imposition – on one of the members of the communion – of the obligation to pay a cash adjustment pursues the mere effect of equalization of the value of the respective quotas, implementing the right of the parties to request the dissolution of communion. The title of both the assignment and of the adjustment is identified in a single genetic moment: the succession that gave rise to hereditary communion. 

Sommario: 1. Il caso; 2. Il concetto di acquisto nella comunione legale dei beni; 3. Il conguaglio come mero strumento di perequazione del valore delle quote. 

1. Il caso 

A definizione del caso sottoposto alla sua attenzione, la Suprema Corte giunge ad affermare che il bene assegnato a titolo di divisione ereditaria a un condividente, il quale sia coniugato in regime di comunione legale dei beni, deve considerarsi escluso da detta comunione, anche qualora l’assegnatario abbia versato ai condividenti un conguaglio in denaro. 

La decisione in commento origina dal conflitto tra due coniugi, coniugati in regime di comunione legale dei beni, e ha ad oggetto la titolarità di un bene assegnato alla moglie in sede di divisione ereditaria. In particolare, la moglie aveva ereditato, per successione legittima della madre e testamentaria del padre, una quota indivisa di un fabbricato di elevato valore. In sede di scioglimento della comunione – rectius, delle comunioni – esistente con i fratelli, il Tribunale di Roma attribuiva alla moglie l’intera proprietà dell’appartamento, con l’obbligo di corresponsione agli altri coeredi di una elevata somma di denaro a titolo di conguaglio. Assolto l’obbligo di conguaglio, la medesima aveva provveduto a trascrivere unicamente a suo favore l’acquisto del bene, benché fosse già coniugata in regime di comunione legale dei beni. 

Il marito, a seguito della separazione, agiva in giudizio chiedendo che venisse accertato e dichiarato che la quota corrispondente al valore del conguaglio (73,49%) era caduta in comunione legale e che dunque la frazione di ½ della detta quota doveva ritenersi di sua titolarità, a seguito dello scioglimento della comunione medesima. 

Il Tribunale di Roma accoglieva la domanda e la moglie proponeva appello. La Corte d’Appello di Roma riformava la decisione resa in primo grado, evidenziando come il pagamento del conguaglio non fosse assimilabile all’adempimento dell’obbligazione di pagamento del prezzo. Conseguentemente, il versamento di un conguaglio pari al controvalore della quota del 73,49% non poteva determinare la devoluzione del bene alla comunione legale tra i coniugi. In particolare, la Corte conferiva efficacia dichiarativa alla divisione, anche in presenza di conguaglio, e concludeva affermando che l’acquisto della quota doveva ricondursi al testamento del padre della convenuta. Detto acquisto, dunque, era da considerarsi effettuato a titolo personale ai sensi dell’art. 179, comma 1, lett. b), c.c. e, per tale ragione, estraneo alla comunione legale. 

Avverso la decisione della Corte d’Appello gli eredi del marito ricorrevano in Cassazione. La moglie ha depositato controricorso chiedendone il rigetto. 

La sentenza in commento, confermando la decisione di secondo grado, afferma che il giudice chiamato a disporre la divisione della comunione ereditaria, il quale ponga a carico di uno dei condividenti l’obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di conguaglio, persegue il mero effetto di perequare il valore delle rispettive quote, collocandosi nell’ambito dell’attuazione al diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione ereditaria.

2. Il concetto di acquisto nella comunione legale dei beni 

A norma dell’art. 177, comma 1, lett. a), c.c. ricadono nella comunione legale tutti gli acquisti compiuti dai coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, con esclusione di quelli relativi a beni personali. Questa formulazione, tuttavia, non chiarisce cosa si debba intendere per «acquisti», né ne fornisce una definizione giuridica. Tale circostanza ha portato a non pochi dubbi interpretativi, i quali sono sorti anche in considerazione del fatto che l’art. 217 c.c., nel testo previgente alla riforma del diritto di famiglia, includeva nella comunione (allora “convenzionale”) gli acquisti effettuati, in costanza di tale regime, dai coniugi «a qualsiasi titolo». Ci si è dunque, tra l’altro, chiesti se la mancata previsione, nell’attuale testo dell’art. 177 c.c., di questa precisazione comporti l’esclusione degli acquisti a titolo originario, manifestando un’intenzione riduttiva della nozione di acquisto. Nonostante qualche perplessità iniziale, la dottrina [tra molti Cian e Villani, voce Comunione dei beni tra coniugi, in Noviss. Dig. It., App., II, Utet, 1981, 163] ha escluso una simile lettura restrittiva, condividendo l’interpretazione vigente prima della riforma del diritto di famiglia. Ne deriva che sono senz’altro oggetto della comunione legale anche gli acquisti a titolo originario come l’usucapione, fermo restando che in tale ultima ipotesi la comunione legale deve sussistere al momento dello spirare del termine richiesto per il suo maturare [tra le tante Cass., 29 ottobre 2018, n. 27412, in Riv. giur. Edil., 2019, I, 396]. Resta, invece, escluso dalla comunione, come noto, l’acquisto per accessione. 

Oltre a ciò e per altro verso si può anche rammentare come, secondo la più autorevole dottrina, il lemma «acquisti» andrebbe riferito non tanto al cosiddetto oggetto mediato, ovverosia al bene acquistato, quanto piuttosto al cosiddetto oggetto immediato, ovverosia al diritto acquisito sul bene stesso [Genghini, La volontaria giurisdizione e il regime patrimoniale della famiglia, in Manuali notarili a cura di Genghini, Cedam, 2020, 560; Oberto, La comunione legale tra i coniugi, nel Trattato di diritto civile e commerciale diretto da  Cicu,  Messineo, Mengoni e continuato da Schlesinger, I, Giuffrè, 2010, 701; Russo, L’oggetto della comunione legale e i beni personali, in Codice civile. Commentario fondato da Schlesinger, diretto da Busnelli, Giuffrè, 1999, 155 ss.; A. Finocchiaro e M. Finocchiaro, Diritto di famiglia, Giuffrè, 1988, 877 s.; Santarcangelo, La volontaria giurisdizione, Giuffrè, 2003, 268 ss.]. 

Quanto divisione ereditaria, non si è mai dubitato che i beni assegnati siano esclusi dal regime della comunione legale fra coniugi, in quanto da considerarsi come pervenuti in forza dell’originario titolo e, quindi, personali. Ciò è vero anche a seguito della pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Unite del 2019, n. 25021 [Cass., sez. un., 7 ottobre 2019, n. 25021, in DeJure], la quale ha affermato che la divisione produce effetti costitutivi con efficacia retroattiva, e non effetti meramente dichiarativi. In particolare, la Suprema Corte ha rilevato come la costruzione dogmatica giusta la quale l’efficacia retroattiva della divisione, prevista dall’art. 757 c.c., implichi la necessità di configurare l’atto divisorio come un negozio meramente dichiarativo, si rivela priva di solido fondamento, ancorché sia una delle più risalenti e resistenti. Il fenomeno della retroattività di un atto giuridico si accompagna, per sua natura, all’efficacia costitutiva dell’atto stesso ed è incompatibile con l’efficacia meramente dichiarativa del medesimo. Infatti, non possono certo retroagire gli effetti di un atto che si limita a dichiarare o accertare una situazione giuridica già esistente, potendo invece retroagire gli effetti dell’atto che modifica la realtà giuridica.  

In definitiva, l’efficacia retroattiva di un negozio si coniuga per sua natura con il carattere costitutivo-traslativo, con l’efficacia reale dello stesso, mentre non si attaglia al negozio che abbia carattere meramente dichiarativo. Di conseguenza, l’art. 757 c.c., laddove prevede che l’efficacia retroattiva si estende a tutti i beni ereditari pervenuti al coerede “anche per acquisto all’incanto”, attribuisce espressamente efficacia retroattiva ad atti con effetti costitutivo-traslativi, come appunto l’acquisto dei beni in comunione che il compartecipe faccia mediante compravendita o all’incanto (artt. 719 e 720 c.c.). Lo scioglimento della comunione, infine, non accerta o dichiara affatto una situazione giuridica preesistente, ma immuta sostanzialmente la realtà giuridica. Con la divisione ogni condividente perde la comproprietà di tutti i cespiti costituenti l’asse ereditario e concentra il proprio diritto su uno solo o su alcuni di essi (“aliquid datum, aliquid retentum”), e sorgono, dunque, tante proprietà individuali laddove prima esisteva una comproprietà. 

Deve ritenersi ugualmente pacifico che i beni assegnati in sede di divisione della comunione ereditaria non siano oggetto della comunione legale dei beni considerato che, diversamente, si perverrebbe al paradosso per cui gli effetti retroattivi della divisione potrebbero far retroagire l’assegnazione ad un momento in cui i coniugi non erano ancora sposati. 

È possibile dunque affermare che quanto ricevuto in sede di divisione della comunione ereditaria o di divisione della comunione ordinaria instaurata prima dell’esistenza della comunione legale, non rappresenta – rispetto al regime patrimoniale dei coniugi – un vero e proprio acquisto traslativo, bensì una assegnazione con funzione distributiva. In altre parole, non si tratterebbe di un acquisto ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. a), c.c., ma solo di una diversa e definitiva distribuzione del patrimonio tra i comproprietari, finalizzato esclusivamente allo scioglimento della comunione. Si tratterebbe, in buona sostanza, di una mera disposizione di beni personali del coniuge coniugato in regime di comunione legale dei beni.

3. Il conguaglio come mero strumento di perequazione del valore delle quote

La portata innovativa della sentenza in commento risiede nel fatto che il principio dell’esclusione dalla comunione legale del bene pervenuto per assegnazione nell’ambito della divisione ereditaria è stato espressamente esteso all’ipotesi in cui l’assegnazione avvenga con conguaglio. Infatti, le argomentazioni svolte nel precedente paragrafo possono senz’altro essere traslate anche nell’ipotesi in cui la divisione della comunione ereditaria sia effettuata con conguaglio e, in via generale, il conguaglio non snatura l’atto divisorio trasformandolo in atto di acquisto, ma rappresenta un mero strumento volto a perequare il valore delle rispettive quote [Commiss. Trib. Prov. Lazio, Latina, 18 giugno 2019, n. 3626, in www.giustiziatributaria.gov.it]. Precedentemente, la giurisprudenza di legittimità aveva espresso un orientamento contrario, rappresentato da numerose pronunce [recentemente cfr. Cass., 12 giugno 2018, n. 15271, in Mass. Giust. civ., 2018; Cass., 29 gennaio 2013, n. 2082, in Mass. Giust. civ., 2013], che valorizzava il ruolo del conguaglio in denaro, quale corrispettivo di una quota del bene assegnato. In tale prospettiva, dunque, la quota corrispondente al conguaglio rappresenterebbe un acquisto automatico ai sensi dell’art. 177 c.c. In conclusione, secondo tale superato orientamento, la vicenda dell’assegnazione con conguaglio, vedrebbe la compresenza di due titoli distinti: quello mortis causa, relativo alla quota di proprietà oggetto di mera assegnazione; quello inter vivos, con conseguente caduta in comunione legale, relativo alla quota corrispondente al valore del conguaglio. 

La dottrina prevalente, invece, ha sempre escluso categoricamente tale conclusione [ex multis Genghini, op. cit., 1021], argomentando sull’assunto in base al quale il conguaglio assume una funzione accessoria, totalmente estranea a quella svolta dal corrispettivo nel caso di acquisti a titolo oneroso. In tal senso si è espressa, oltre alla sentenza in commento, altra parte della giurisprudenza [Cass., 22 giugno 2005, n. 13380, in DeJure; Cass., 24 maggio 2004, n. 9905, la quale ha affermato che, in tema di divisione ereditaria, l’art. 733 c.c. va interpretato alla luce del favor testamenti, e cioè nel senso che la volontà del testatore rimane vincolante ove sia compatibile con il valore delle quote, compatibilità riscontrabile tutte le volte che il perfetto equilibrio possa raggiungersi con l’imposizione di un conguaglio; in Notariato, 2005, 369, con nota di Tardio, Volontà del testatore e valore effettivo dei beni assegnati; in Familia, 2005, 180, con nota di Landini,  Divisione testamentaria e conguagli delle quote ereditarie]. Ad onor del vero, la dottrina si è orientata in questa direzione anche nell’ipotesi in cui i conguagli siano espressamente previsti dal testatore, nell’ambito della divisione ex artt. 733 e 734 c.c. (c.d. legato divisionis causa), e vadano soddisfatti con beni non ereditari [Stefini, Il problema della divisione tra legittimari fatta dal testatore con beni non presenti nell’asse ereditario, in Federnotizie, 21 febbraio 2018]. 

Dal punto di vista fiscale, tanto il legislatore [l’art. 34, comma 1, d.p.r. 26 aprile 1986, n. 131, stabilisce che «la divisione, con la quale ad un condividente sono assegnati beni per un valore complessivo eccedente quello a lui spettante sulla massa comune, è considerata vendita limitatamente alla parte eccedente»] quanto la giurisprudenza [Cass., 28 marzo 2018, n. 7606, in DeJure, la quale afferma che la divisione in relazione al conguaglio o al maggiore assegno è considerata a carattere traslativo e come tale assoggettata al tributo proporzionale] considerano i conguagli in sede divisoria alla stregua di acquisti, tassandoli come atti traslativi immobiliari. In assenza di conguagli, invece, la divisione è soggetta ad una aliquota ridotta [aliquota dell’1% ai sensi dell’art. 3 della Tariffa, parte Prima, allegata al d.p.r. 131/1986. Si noti che detto articolo fa ancora riferimento ad atti di natura dichiarativa] rispetto all’aliquota degli atti traslativi.  

La sentenza in commento, che in realtà si occupa di divisione giudiziale, ma nulla vieta di trasporre le conclusioni cui perviene anche in sede di divisione volontaria, puntualizza che il giudice chiamato a disporre la divisione della comunione, il quale ponga a carico di uno dei condividenti l’obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di conguaglio, persegue il mero effetto di perequazione del valore delle rispettive quote, muovendo nell’ambito di attuazione del diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione medesima. 

Bibliografia essenziale  

Amadio G., La divisione del testatore, in Successioni e donazioni a cura di Rescigno, Cedam, 1994 

Auletta T., Diritto di famiglia, Giappichelli, 2020 

Cian G. e Villani A., voce Comunione dei beni tra coniugi, in Noviss. dig. it., App., II, Utet, 1981, 157 ss. 

Fusaro A., Divisione e regime della comunione legale dei beni, in I quaderni della Fondazione Italiana del Notariato, Sole24Ore, 2008 

Gabrielli G., I rapporti patrimoniali tra coniugi. Corso di diritto civile, Libreria Goliardica, 1981 

Genghini L., La volontaria giurisdizione e il regime patrimoniale della famiglia, in Manuali notarili a cura di Genghini, Cedam, 2020 

Mora A., Il contratto di divisione, Giuffrè, 1995 

Ruotolo A. e Boggiali D., Divisione e condividenti in comunione legale, Quesito civilistico CNN, n. 54-2008/C, consultabile su https://www.notariato.it/it/ufficio-studi-lista/ 

Stefini U., Il problema della divisione tra legittimari fatta dal testatore con beni non presenti nell’asse ereditario, in Federnotizie, 21 febbraio 2018

 

di Gloria Giorgi

Dottore di ricerca presso l’Università G. D’Annunzio di Chieti – Pescara e Avvocato in Bologna
gloria.giorgi@unich.itgloria.giorgi2@unibo.it