ISSN 2785-552X

Le fideiussioni a valle di intese illecite nel canone delle Sezioni Unite: considerazioni critiche     

Pietro Librici 21 Giugno 2022

[Corte di Cassazione, Sez. Un., sentenza 30 dicembre 2021 n. 41994; Pres. Raimondi – Est. Valitutti]

Abstract

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza in commento sono intervenute sulla questione della nullità delle fideiussioni omnibus redatte in conformità allo schema ABI per contrarietà al diritto della concorrenza che è stata oggetto di un vivace dibattito sia in dottrina che in giurisprudenza.

Il presente contributo, muovendo dall’analisi dell’evoluzione giurisprudenziale sul tema, si pone l’obiettivo di ricostruire in chiave critica l’iter logico-giuridico che ha condotto la Corte ad optare per la tesi della caducazione parziale dei contratti a valle. 

The United Sections of the Supreme Court, with the judgment in comment, have dealt the issue of the voidness of “omnibus” guarantees drafted according to the ABI model for the infringement of competition law that has been the subject of a lively doctrinal and jurisprudential debate.

This essay, which starts from the examination of the case-law development on the issue, aims to provide a critical analysis of the path that led the Court to choose the theory of partial nullity of the “downstream contracts”.

Sommario: 1. Il caso; 2. I termini del dibattito giurisprudenziale; 3. La posizione della dottrina; 4. La decisione della Corte; 5. Brevi notazioni conclusive.

1. Il caso

Con la sentenza che si annota le Sezioni Unite intervengono a dirimere il contrasto giurisprudenziale sulla sorte dei singoli contratti “a valle”, conclusi tra le banche e i singoli propri clienti, che recepiscono nel loro contenuto le “norme bancarie uniformi”.

Nel caso di specie il fideiussore ha evocato dinanzi alla Corte d’appello di Roma in unico grado, ai sensi dell’art. 33, l. 10 ottobre 1990, n. 287 (nel prosieguo, anche c.d. legge antitrust), Intesa Sanpaolo s.p.a., chiedendo al giudice, come accade nella generalità dei casi presi in esame dalla giurisprudenza, di dichiarare la nullità (anche solo parziale) della fideiussione per violazione della normativa Antitrust. Ciò in considerazione della conformità di alcune clausole contrattuali – e segnatamente degli artt. 2, 6 e 8 del contratto – allo schema redatto dall’Associazione Bancaria Italiana, frutto di un’intesa restrittiva della concorrenza ex art. 2, comma 3, l. n. 287/1990 ed art. 101 TFUE, per come accertato dalla Banca d’Italia con provvedimento del 2 maggio 2005.

Aderendo solo parzialmente alle censure mosse dal ricorrente, la Corte territoriale ha dichiarato la nullità degli artt. 2, 6 e 8 del contratto di fideiussione condannando la Banca al risarcimento del danno non patrimoniale con l’ordine di cancellazione del nominativo dell’attore dalla Centrale dei Rischi.

Tanto poiché, da un lato, l’identità delle clausole contenute nei contratti “a valle” rispetto a quelle predisposte dall’ABI è in grado di determinare l’invalidità derivata del contratto, per violazione dei principi inderogabili della libera concorrenza e del mercato, parte integrante dell’ordine pubblico italiano e, dall’altro, in quanto non essendo stato dedotto che senza le clausole nulle i contratti non sarebbero stati stipulati, l’invalidità risulta circoscritta alle sole clausole conformi alle intese vietate.

Avverso la sentenza della Corte di Appello la Banca ha proposto ricorso per cassazione articolato in più motivi di impugnazione incentrati: sul carattere unilaterale delle dichiarazioni di garanzia, ascrivibili esclusivamente alla volontà del fideiussore; sulla tesi che la nullità dell’intesa anticoncorrenziale non si estenderebbe ai singoli contratti stipulati a valle; sulla riqualificazione come contratto autonomo di garanzia, al quale non si applica l’art. 1957 c.c.; e infine sull’infondatezza della pretesa risarcitoria con riferimento sia al danno all’immagine che alle difficoltà di accesso al credito derivanti dalla segnalazione alla Centrale dei Rischi.

La Prima Sezione civile, investita del ricorso, ritenendo la questione di particolare valore nomofilattico, ha rimesso la controversia alle Sezioni Unite chiamandole a stabilire: «a) se la coincidenza totale o parziale con le predette condizioni giustifichi la dichiarazione di nullità delle clausole accettate dal fideiussore o legittimi esclusivamente l’esercizio dell’azione di risarcimento del danno; b) nel primo caso, quale sia il regime applicabile all’azione di nullità, sotto il profilo della tipologia del vizio e della legittimazione a farlo valere; c) se sia ammissibile una dichiarazione di nullità parziale della fideiussione; d) se l’indagine a tal fine richiesta debba avere ad oggetto, oltre alla predetta coincidenza, la potenziale volontà delle parti di prestare ugualmente il proprio consenso al rilascio della garanzia, ovvero l’esclusione di un mutamento dell’assetto d’interessi derivante dal contratto» (Cass., ord. 30 aprile 2021, n. 11486, in Foro it., 2021, I, 1007, e in Corr. giur., 2021, X, 1181, con nota di Ottobrino).

2. I termini del dibattito giurisprudenziale

La questione oggetto della sentenza in esame risulta di particolare interesse dal momento che è stata negli ultimi anni al centro di un fervente dibattito dottrinale e giurisprudenziale, che ha dato luogo ad approdi conflittuali, multiformi e atomistici.

Nel 2017, infatti, la Prima Sezione della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 29810, anche se in un evidente obiter dictum rispetto all’errore di diritto imputato alla corte territoriale, ha concluso per la nullità per violazione dell’art. 2 della legge antitrust delle fideiussioni omnibus bancarie predisposte sullo schema ABI, contenenti clausole di deroga agli artt. 1941, 1939 e 1957 c.c., frutto di una “intesa vietata”, ritenendo così sussistente nella fattispecie un caso di nullità derivata del contratto a valle (Cass., ord. 12 dicembre 2017, n. 29810, in Giur. comm., 2019, III, 575, con nota di D’Orsi).

Tale pronuncia si è posta in termini antitetici rispetto alla sentenza del 2003 con la quale la Corte di Cassazione aveva nettamente escluso l’invalidità del contratto di fornitura di gas intervenuto a valle dell’indebito accordo tra fornitori, limitando la tutela del contraente alla sola azione risarcitoria (Cass., 11 giugno 2003, n. 9384, in Foro it., 2004, I, 466, con nota di Pardolesi).

Sulla scorta della soluzione cui la Suprema Corte è pervenuta nella richiamata ordinanza del 2017, che parla ripetutamente ed esclusivamente di “nullità del contratto” e mai di nullità delle singole clausole, una parte della giurisprudenza ha optato per la nullità totale del contratto (ex multis App. Bari, 21 marzo 2018, n. 526, in ilcaso.it).

In alcune pronunce, a supporto di tale tesi, si è anche rilevato che, non potendosi accertare la “volontà del fideiussore”, dato che le parti dell’intesa “a monte” non coincidono con quelle che negoziano il contratto a “valle”, deve escludersi l’applicabilità della nullità parziale, con conseguente nullità dell’intero contratto (App. Firenze, 18 luglio 2018, in ilcaso.it).

Tale importante precedente non è riuscito a sopire i dubbi sulla stessa praticabilità del rimedio invalidante nel caso di specie.

Il Tribunale di Verona, con ordinanza dell’1.10.2018, richiamando le argomentazioni svolte dalla pronuncia a sezioni unite della Corte di Cassazione n. 2207/2005, ha ritenuto che l’unica tutela riconoscibile al fideiussore (quale soggetto estraneo alla intesa anticoncorrenziale, che abbia stipulato il contratto che di quella intesa costituisce lo sbocco) fosse quella risarcitoria.

A sostegno di quest’impostazione il giudice scaligero ha richiamato anche il d.lgs. 9 gennaio 2017, n. 3, che, secondo quanto precisa l’art. 1, comma 1: «disciplina anche con riferimento alle azioni collettive di cui all’articolo 140-bis del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il diritto al risarcimento in favore di chiunque ha subito un danno a causa di una violazione del diritto della concorrenza da parte di un’impresa o di un’associazione di imprese», senza fare nessun accenno ad una tutela reale del soggetto danneggiato dall’intesa restrittiva della concorrenza (Trib. Verona, 1 ottobre 2018, in ilcaso.it).

La stessa Procura generale, nelle conclusioni depositate all’udienza del 23 novembre 2021 relativamente al caso in esame, ha optato per la tesi secondo cui l’illiceità della modulistica ABI, costituente intesa restrittiva della concorrenza nulla ex art. 2, l. n. 287/1990, non comporta la nullità dei singoli contratti di fideiussione ad essa conformi, poiché al consumatore garante è da riconoscere la sola tutela risarcitoria (Procura generale Corte di Cassazione, udienza 23 novembre 2021, in Giustiziacivile.com, Editoriale del 16 dicembre 2021, con nota di La Sala ).

Ad alimentare queste incertezze ha contribuito anche la sentenza a Sezioni Unite «di più due lustri fa» che rappresenta «un’occasione perduta per fare chiarezza sul nodo dei rimedi, contrattuali e/o extracontrattuali e così anche di stampo inibitorio, che il consumatore e più in generale gli acquirenti in un mercato alterato da collusioni anticompetitive possono invocare». Invero la stessa, a dispetto di quanto sembrerebbe evincersi dalla pronuncia che si annota, non ha chiaramente affermato la nullità del contratto a valle del quale, comunque, si è detto che «costituisce lo sbocco dell’intesa, essenziale a realizzarne gli effetti». Tanto è vero che è stata richiamata a fondamento sia degli arresti giurisprudenziali favorevoli al rimedio caducatorio, che dalla giurisprudenza di merito pervenuta ad esiti opposti. Quest’ultima, infatti, si è rifatta proprio alle argomentazioni svolte dalle S.U. per affermare che l’unica tutela concessa al fideiussore (quale soggetto rimasto estraneo alla intesa anti-concorrenziale, che abbia stipulato il contratto che di quella intesa costituisce lo sbocco) è quella risarcitoria.

Con la pronuncia del settembre 2019, la prima sezione della Suprema Corte ha confermato la tesi secondo cui la violazione dell’art. 2, legge antitrust, concretizzatasi “a monte” nella predisposizione e nell’adozione uniforme di uno schema contrattuale restrittivo e condizionante della concorrenza, causa la nullità dei contratti stipulati “a valle” in conformità allo schema, pur senza fare luce circa i suoi presupposti giustificativi di ordine giuridico-formale. Rispetto al precedente del 2017 ha affermato, però, sulla base di un ragionamento non sempre lineare anche se dall’esito condivisibile, che, avendo l’Autorità amministrativa delimitato l’accertamento della illiceità ad alcune specifiche clausole delle NBU (in genere presenti agli articoli 2, 6 e 8 dei moduli fideiussori) rese in attuazione di intese illecite, ciò non esclude, ne è incompatibile, con il fatto che in concreto la nullità del contratto a valle debba essere valutata dal giudice adito alla stregua degli artt. 1418 ss. c.c. e che possa trovare applicazione l’art. 1419 c.c. laddove l’assetto degli interessi in gioco non venga pregiudicato da una pronuncia di nullità parziale, limitata alle clausole rivenienti dalle intese illecite (Cass., 26 settembre 2019, n. 24044, in Giur. it., 2020, II, 358, con nota di Di Micco).

Questa prospettiva sembra condividere anche Cass., 19 febbraio 2020, n. 4175 che, pur non prendendo specifica posizione sul tema, rileva che le eventuali nullità ‘a valle’ delle fideiussioni omnibus modellate sullo schema ABI vanno vagliate alla stregua degli artt. 1418 c.c. ss. e, perciò, può certamente applicarsi l’art. 1419 c.c., allorché l’assetto degli interessi in gioco non sia pregiudicato da una pronuncia di nullità parziale, limitata alle clausole rivenienti dall’intesa illecita, posto che, in linea generale, solo la banca potrebbe dolersi della loro espunzione.

Anche la giurisprudenza di merito nel frattempo ha mostrato di condividere la tesi della nullità parziale del contratto a valle.

L’ABF di Milano, dopo aver analizzato in chiave critica i contrapposti orientamenti, ha ritenuto che nonostante la peculiare natura della nullità in questione non vi sia ragione per non applicare la disciplina della nullità parziale. Tuttavia, alla luce delle peculiarità della fattispecie, ha osservato che l’indagine sulla effettiva volontà dei contraenti deve essere condotta tenendo conto di due condizioni:

– il contesto in cui è stato stipulato il contratto;

– la convenienza del contratto garantito principale, in quanto, più forte è la garanzia, migliori saranno le condizioni contrattuali del debitore principale.

E, in base a questi indicatori, ha rilevato, concludendo, in sostanza, per la nullità totale, che un contratto identico a quello stipulato, ma privo della parte colpita dalla nullità, da una parte non sarebbe stato probabilmente offerto e dall’altra non è detto che sarebbe stato accettato (ABF, Collegio di Milano, 4 luglio 2019, n. 16558).

3.  La posizione della dottrina

Tale essendo il variegato quadro giurisprudenziale di riferimento, come già detto, la questione della sorte del contratto a valle non trova una soluzione uniforme neanche in dottrina.

Prima di entrare nel merito della vicenda, appare, dunque, opportuno ricostruire sia pure brevemente i termini del dibattito formatosi sul punto.

Mentre la nullità dei negozi con cui le imprese fissano la restrizione della concorrenza è pacificamente ammessa, oltre che espressamente prevista dall’art. 2, l. n. 287/1990, le opinioni rispetto alla sorte di quelli mediante i quali viene realizzato il programma sono, come noto, le più disparate (ex multis Camilleri, Contratti a valle, rimedi civilistici e disciplina della concorrenza, Jovene, 2008). A fronte di quanti accordano al giudice solamente il potere di correggere il regolamento contrattuale secondo equità oppure ammettono l’annullabilità dei negozi o, ancora, escludono ogni forma di invalidità riservando al contraente danneggiato dall’accordo la sola possibilità di chiedere il risarcimento del danno ingiusto vi è chi propende per la nullità.

Al pari di quanto si verifica in giurisprudenza, vi sono poi posizioni diversificate sulla tipologia di nullità sia in ordine al profilo del tipo di vizio (illiceità dell’oggetto, contrarietà a norme imperative, nullità derivata) sia al regime applicabile.

Una prima tesi ipotizza una nullità derivata di secondo grado conseguente al rapporto strumentale esistente tra la garanzia a valle e l’intesa a monte.

Altri autori qualificano la nullità dei contratti “a valle” come nullità strutturale per oggetto illecito.

Una terza impostazione, invece, ritiene che la nullità del contratto a valle deriverebbe dalla illiceità della causa della stessa fideiussione, ai sensi dell’art. 1418, comma 2, c.c. in quanto tale negozio realizzerebbe una funzione illecita, in quanto contrario alle norme imperative sulle intese anticoncorrenziali.

Non manca chi ritiene che il negozio a valle attuativo dell’intesa si ponga in diretto contrasto con la norma imperativa che vieta le intese anticoncorrenziali.

Vi è, infine, chi prospetta l’inserimento nel nostro ordinamento di una nullità di protezione per i contratti derivati da illecito antitrust.

4. La decisione della Corte

Le Sezioni Unite, dopo una breve ricostruzione dello stato dell’arte sul punto, confermano la tesi secondo cui “i contratti a valle” sono parzialmente nulli, ai sensi dell’art. 2, comma 3, l. n. 287/1990 e dell’art. 1419 c.c. in relazione alle sole clausole che riproducano quelle dello schema unilaterale costituente l’intesa vietata, salvo che sia desumibile dal contratto, o sia altrimenti comprovata, una diversa volontà delle parti.

Ciò in base ad una pluralità di argomentazioni.

Anzitutto viene messo in evidenza che la normativa antitrust è diretta a realizzare un bilanciamento tra libertà di concorrenza e tutela delle situazioni giuridiche dei soggetti diversi dagli imprenditori, tenuto conto che il “contratto a valle costituisce lo sbocco dell’intesa vietata, essenziale e realizzarne e ad attuarne gli effetti”. Pertanto, essa, da un lato, si pone quale limite che, ai sensi dell’art. 1322, comma 1, c.c., dell’art. 41 Cost. le parti sono tenute a rispettare nell’esercizio dell’autonomia contrattuale e, dall’altro, nello stabilire all’art. 2, comma 3, l. n. 287/1990, la nullità “ad ogni effetto” legittima, come affermato da molti interpreti, la conclusione dell’invalidità anche dei contratti che realizzano l’intesa vietata.

Poi viene rilevato che, essendo l’interesse protetto principalmente quello del mercato in senso oggettivo, e non soltanto l’interesse individuale del singolo contraente pregiudicato, la tutela reale si rivela più adeguata in quanto opera non nell’interesse esclusivo del singolo, bensì in quello della trasparenza e della correttezza del mercato. Ciò a differenza della sola tutela risarcitoria che, peraltro, rischierebbe di non avere una reale efficacia dissuasiva per le cartelliste poiché non tutti i danneggiati agiscono in giudizio, e non tutti riescono ad ottenere il risarcimento del danno.

A sostegno di tale soluzione le Sezioni Unite richiamano anche la giurisprudenza unionale. A più riprese, infatti, la Corte di Giustizia – ferma restando la competenza interna degli Stati nell’assicurare le misure per la più completa tutela delle situazioni soggettive garantite dal diritto comunitario – ha avuto modo di affermare che, sebbene la sede naturale per la regolamentazione della sorte dei contratti a valle sia quella dell’ordinamento interno degli Stati membri, la nullità dell’intesa è assoluta e, pertanto, la stessa non può essere opposta ai terzi, tra essi ricomprese, quindi, le parti della contrattazione a valle della stessa.

Una volta esclusa l’idoneità della sola tutela risarcitoria, disgiunta dalla tutela reale, a garantire la realizzazione delle finalità perseguite dalla normativa antitrust, la Corte prende in esame le ragioni idonee a fondare la nullità del contratto a valle.

Alla stregua dei precedenti in materia, ribadisce il principio secondo cui i contratti a valle di accordi contrari alla normativa antitrust – in quanto costituenti «lo sbocco dell’intesa vietata, essenziale a realizzarne e ad attuarne gli effetti» – partecipano della stessa natura anticoncorrenziale dell’atto a monte e vengono ad essere inficiati dalla medesima forma di invalidità che colpisce i primi. Ciò in quanto la disciplina dettata dalla l. n. 287/1990, art. 2, lett. a), ha per oggetto la protezione, in via immediata, dell’interesse generale alla libertà della concorrenza sancito dall’art. 41 Cost., nonché, in ambito comunitario, dal Trattato di Maastricht del 1992 e – attualmente – dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ciò detto, i giudici ravvisano la presenza di una “nullità speciale” posta a presidio dell’ordine pubblico economico e fondata sulla esistenza di un nesso economico funzionale tra intesa a monte e contratto a valle, che deve ritenersi sussistente in ogni caso in cui tra atto a monte e contratto a valle vi sia un nesso che faccia apparire la connessione tra i due atti “funzionale” a produrre un effetto anticoncorrenziale. Con ciò aderendo – apparentemente – alla tesi del collegamento tra intesa antitrust a monte e fideiussione a valle.

Verso tale speciale forma di nullità – ad avviso del Supremo Collegio – deporrebbe la considerazione che «siffatta forma di nullità ha una portata più ampia della nullità codicistica (art. 1418 c.c.) e delle altre nullità conosciute dall’ordinamento […] in quanto colpisce anche atti, o combinazioni di atti avvinti da un “nesso funzionale”, non tutti riconducibili alle suindicate fattispecie di natura contrattuale».

Una volta ammessa la tutela demolitoria, la Corte ritiene preferibile l’opzione in favore della nullità parziale in quanto oltre a risultare conforme al principio di conservazione del contratto viene ritenuta maggiormente in grado di assicurare il bilanciamento di tutti gli interessi coinvolti nell’operazione di fideiussione. Grazie a tale soluzione, infatti, da un lato il garante, che sovente ha un interesse concreto e diretto all’erogazione del credito, non subisce le conseguenze di un ingiustificato aggravio della sua posizione, dall’altro, l’istituto di credito preserva il proprio interesse giuridico economico alle operazioni creditizie e, di riflesso, al mantenimento della garanzia fideiussoria.

Ciò, tuttavia, non esclude la possibilità di dichiarare anche la nullità dell’intero contratto ai sensi dell’art. 1419 c.c., qualora una diversa volontà delle parti si possa desumere dal contratto o sia altrimenti comprovata.

5.  Brevi notazioni conclusive

Se è condivisibile la soluzione in favore della nullità dei “downstream contracts”, in quanto funzionale ad assicurare l’enforcement del diritto antitrust, non manca, però, qualche forzatura. Invero, quanto alla possibilità di andare oltre il risarcimento del danno, la pronuncia qui annotata configura una nuova variante di nullità, che colpisce anche atti o combinazioni di atti avvinti da un nesso funzionale con l’intesa restrittiva, il cui speciale regime è da ravvisarsi nell’esigenza di salvaguardia dell’“ordine pubblico economico”. Al di là del fatto che l’istituto in parola – pur ben noto al diritto comunitario – non trova una specifica previsione di diritto positivo, non si può non notare come tale speciale ipotesi di nullità non sembra trovare un referente in sede normativa. Come è stato osservato, infatti, nessuna delle forme di nullità delineate dall’art. 1418 c.c. si spinge fino al punto di colpire «anche atti, o combinazioni di atti avvinti da un ‘nesso funzionale’» (Pagliantini, Fideiussioni «omnibus» attuative di un’intesa anticoncorrenziale: le sezioni unite, la nullità parziale ed il «filo» di Musil, in Foro it., 2022, I, 525).  Proprio per questo, al fine di sgombrare il campo da ogni dubbio, nel solco tracciato dalla dottrina, forse la Corte avrebbe potuto esplorare, anche al solo fine di escluderne la praticabilità, la possibilità di ricorrere ad altri rimedi che, pur consentendo alla parte la possibilità di sottrarsi agli effetti iniqui derivanti dall’intesa a monte, si distanziano da quelli che si sostanziano nella tradizionale nullità.

Una volta fatta la scelta di campo in favore della nullità, condivisibile risulta la soluzione in favore della parziale caducazione del contratto. In base un criterio di tipo oggettivo, infatti, la nullità delle singole clausole può condurre a una declaratoria di nullità totale solo se l’assetto di interessi che scaturisce dalla declaratoria di nullità parziale stravolge l’equilibrio originario del contratto come “plasmato” in origine dalla libertà negoziale. Nel caso di specie l’eliminazione delle clausole che recepiscono le determinazioni dell’ABI non sembra essere tale da alterare l’equilibrio originario, facendo sopravvivere un contratto diverso da quello che le parti avevano concluso. Come evidenziato dalla corte, il fideiussore avrebbe in ogni caso prestato la garanzia, anche senza le clausole predette, essendo una persona legata al debitore principale e, quindi, portatrice di un interesse economico al finanziamento bancario. D’altro canto anche l’imprenditore bancario, espunte le suddette clausole a lui favorevoli, continuerebbe a mantenere l’interesse a tenere in vita il contratto atteso che l’alternativa sarebbe quella dell’assenza completa della fideiussione, con minore garanzia dei propri crediti.

Tale prospettiva, sebbene non sia andata esente da considerazioni critiche, sembra maggiormente aderente al dato normativo. La soluzione di ritagliare una nullità di protezione generale composta da «frammenti» e volta a valorizzare l’art. 36, comma 1, Cod. consumo, da considerarsi come espressione di principi di carattere generale, allo scopo di dar vita ad una nullità parziale necessaria, infatti, mal si concilia con la volontà di riservare la disciplina protezionistica in questione ai soli “contratti del secondo tipo”. 

Neppure può condividersi la posizione di quanti in maniera assoluta mettono in dubbio la capacità della nullità parziale di esplicare un’efficacia deterrente nei confronti dell’infringer.

Benché la Corte abbia circoscritto la nullità alle sole clausole conformi allo schema ABI, infatti, il ripristino dell’art. 1957 c.c., per il quale il fideiussore è obbligato solo se il creditore, entro sei mesi dalla cessazione del contratto, abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate, non va comunque sottovalutato.

La Giurisprudenza, infatti, ha da tempo chiarito come l’estinzione della fideiussione si verifichi a prescindere dal motivo per cui il creditore non avrebbe coltivato le proprie istanze e, peraltro, secondo un orientamento molto diffuso, andrebbe escluso che possa valere come “istanza” ai fini dell’art. 1957 un semplice atto stragiudiziale.

Non è, pertanto, da escludere un’ondata di contenzioso dato che le S.U. ammettono la proponibilità della domanda di ripetizione dell’indebito ex art. 2033 c.c., ricorrendone i relativi presupposti, nonché dell’azione di risarcimento dei danni ex art. 2043, da parte del fideiussore già escusso.

Come rilevato in dottrina, rimane, comunque, tradita per l’ennesima volta l’aspirazione di quanti auspicavano una volta per tutte ad una soluzione organica della questione, da applicare coerentemente all’intero spettro dei contratti attuativi ipotizzabili, atteso che il ragionamento delle Sezioni Unite rimane fortemente condizionato dalla fattispecie sottoposta al suo vaglio. È chiaro, infatti, che la soluzione propiziata dalla Corte non risulta applicabile quando, come avviene nella più parte dei casi, l’accordo di cartello metta capo a un sovrapprezzo monopolistico. Ciò in quanto, laddove la nullità tocca l’oggetto del contratto, non risulta possibile un intervento di rimozione ortopedica del sovrappiù.

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di Pietro Librici
Dottore di ricerca – Università degli Studi di Palermo
pietro.librici@unipa.it

 

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