ISSN 2785-552X

Nella divisione di una comunione i beni possono provenire da titoli diversi, costituenti a loro volta distinte comunioni

Gloria Giorgi 07 Giugno 2022

Corte di Cassazione, sezione seconda civile, ord. 8 ottobre 2021, n. 27377; Pres. Di Virgilio – Est. Tedesco

[divisione – quote indivise – litisconsorzio necessario – collazione]

MassimaLa divisione giudiziale di una comunione ereditaria, così come la divisione negoziale, può riguardare beni provenienti da titoli diversi, costituenti essi stessi distinte comunioni da considerare come entità patrimoniali a sé stanti, con la conseguenza che ben può essere assegnata ad uno dei condividenti la quota indivisa di un bene in comunione. Ne consegue che non è necessaria la partecipazione del terzo in giudizio qualora non sia stato chiesto lo scioglimento della diversa comunione relativa a quel singolo bene.

Fatto – Il de cuius Tizio, aveva disposto delle proprie sostanze mediante testamento pubblico in data 7 dicembre 1944. Egli aveva istituito eredi in parti uguali tra loro i figli Primo e Secondo, lasciando alla moglie Tizia e al figlio Terzo la quota di legittima. Il testamento, inoltre, prevedeva da un lato che la quota di legittima di Terzo avrebbe dovuto formarsi mediante distacco di una porzione dalla maggiore superficie del fondo denominato “Tuscolano”, dall’altro che in aggiunta alla quota di legittima spettante al coniuge dovesse essere riconosciuto al medesimo d’usufrutto di un terreno e l’usufrutto sui mobili che arredavano la casa di abitazione del testatore.

Tizia citava in giudizio i figli Primo, Secondo e Terzo dinanzi al Tribunale di Palermo, chiedendo che venisse dichiarata l’inefficacia della propria rinuncia all’eredità effettuata con atto del 29 settembre 1994. Successivamente, veniva adita la Corte d’appello con appello principale di Primo e con appello incidentale di Secondo, la quale: a) riconosceva l’inefficacia della rinuncia all’eredità fatta da Tizia con atto del 29 settembre 1994, osservando che la rinuncia era intervenuta quando la chiamata aveva già tenuto una pluralità di comportamenti che integravano tacita accettazione di eredità; aggiungeva che, ad ogni modo, spettava a coloro che negavano la qualità di erede della Tizia dimostrare che gli stessi atti, implicanti in ipotesi accettazione, fossero intervenuti dopo la rinuncia; b) affermava che non si dovevano includere nel relictum i terreni denominati “Corneliani”; c) escludeva che il primo giudice fosse incorso in errore nel determinare le quote spettanti ai due eredi istituiti Primo e Secondo in base al testamento. A costoro, infatti, era stato riconosciuto in parti uguali, secondo l’istituzione testamentaria, l’asse relitto al netto dei legati e delle quote di legittima lasciate al coniuge e al figlio Terzo. La differenza del valore complessivo era dovuta solamente al diverso valore delle donazioni ricevute dai due eredi; d) confermava la decisione di primo grado pure nella parte relativa alla formazione della quota di legittima di Terzo.

Al riguardo essa poneva in luce che il Tribunale aveva dato seguito all’indicazione contenuta nel testamento, in assenza di disposizione di revoca o modifica proveniente dal testatore.

Per la cassazione della sentenza Primo ha proposto ricorso affidato a sei motivi. Con il primo motivo di ricorso si denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 102 e 784 c.p.c., in quanto uno dei fondi oggetto di divisione apparteneva, per la metà indivisa, a Sempronia, che pertanto avrebbe dovuto essere evocata nel giudizio in qualità di litisconsorte necessaria pena la nullità dell’intero giudizio.  

Secondo ha depositato controricorso contenente ricorso incidentale adesivo al ricorso principale, tranne che per il quarto motivo (relativo alla collazione), dichiarato inammissibile in quanto tardivo. Terzo ha resistito con controricorso.

Questioni – La Suprema Corte, accolti il quarto e quinto motivo, rigettati i primi tre motivi, dichiarato inammissibile il sesto motivo e il ricorso incidentale di Secondo, cassa la decisione con rinvio alla Corte d’appello di Palermo in diversa composizione in relazione ai motivi accolti e alle spese del giudizio di legittimità.

In primo luogo la Corte ritiene infondato il primo motivo, affermando che i beni di una comunione e oggetto di divisione ben possono provenire da titoli diversi costituenti, essi stessi, distinte comunioni, da considerare come entità patrimoniali a sé stanti. Di conseguenza, in sede di divisione, ben può essere assegnata ad uno dei condividenti la quota indivisa di un bene in comunione ancorché il terzo comunista non sia coinvolto nel giudizio. La partecipazione di quest’ultimo, infatti, non è necessaria a meno che non sia stato chiesto lo scioglimento della diversa comunione relativa a quel singolo bene. La ricorrente che lamentava la violazione del litisconsorzio necessario non aveva richiesto lo scioglimento della diversa comunione relativa allo specifico bene in comunione con terzi e, pertanto, nessuna violazione poteva configurarsi.

In secondo luogo la Corte ritiene infondato anche il secondo motivo, con il quale si denunzia che gli atti posti in essere da Tizia non comportino accettazione tacita ma rientrino negli atti di amministrazione che il chiamato può compiere ai sensi dell’art. 460 c.c. L’infondatezza trae origine dall’assunto in base al quale la medesima Tizia aveva provveduto, prima di rinunziare all’eredità, anche a vendere prodotti dei terreni facenti parte dell’asse ereditario e, quindi, a porre in essere atti in aggiunta a quelli conservativi, rientranti nella disposizione di cui all’art. 460, c. 2, c.c., senza tuttavia chiedere l’autorizzazione al Tribunale secondo la procedura stabilita dagli artt. 747 e 748 c.p.c., determinando così un’accettazione tacita di eredità.

Il quarto motivo, accolto dalla Corte, denuncia la violazione degli artt. 737 c.c. e ss. La corte d’Appello ha attribuito ai due coeredi Primo e Secondo quote uguali, nonostante i due figli avessero ricevuto in donazione beni di valore diverso. La Corte d’appello menziona l’esistenza di donazioni ricevute dai due figli; nondimeno, poi divide il relictum in parti uguali, in conformità alla istituzione testamentaria, pur dando atto che i figli erano stati gratificati in misura diversa. In questo modo la divisione è stata operata senza tenere conto delle donazioni fatte ai discendenti. Una simile conclusione può ritenersi legittima a patto che le donazioni fossero state elargite con dispensa da collazione. La dispensa opera in modo tale che la successione si svolge e la determinazione delle quote di eredità si attua come se la donazione non fosse stata fatta e il bene, che ne fu oggetto non fosse uscito dal patrimonio del de cuius a titolo liberale. In assenza di dispensa, le donazioni fatte al coniuge e ai discendenti condizionano il riparto, perché, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., il valore delle quote si commisura anche sulle donazioni. Si insegna infatti che funzione della collazione è di conservare fra gli eredi la proporzione stabilita nel testamento o nella legge, permettendo ai coeredi, che siano il coniuge o il discendente, di conteggiare il valore della quota non solo sui beni relitti, ma anche sui beni donati a taluno di loro. Può anche avvenire che un medesimo soggetto si trovi a ricoprire, nello stesso tempo, la posizione di colui che ha diritto di pretendere la collazione delle donazioni altrui e la posizione di colui che sia tenuto a farla in relazione alle donazioni fatte dal defunto in proprio favore. In questi casi, se i donatari conferiscono per imputazione, potrà anche avvenire che le reciproche posizioni, attive e passive, si elidano a vicenda. L’ipotesi si verifica non quando le donazioni sono di pari valore, ma quando i coeredi sono stati gratificati nella stessa misura in proporzione della rispettiva quota. È ovvio che se le quote sono uguali, vantaggi e sacrifici saranno equivalenti quando di valore uguale sono le donazioni. Consegue che se i coeredi sono stati gratificati con donazione di diverso valore, il coerede donatario che ha ricevuto di meno, salvo (qualora consentito) il conferimento in natura da parte di chi ha ricevuto di più, deve recuperare la differenza sui beni relitti (artt. 724,725 c.c.).

Nel caso in esame la Corte d’appello ha suddiviso il relictum in parti uguali fra i due figli, secondo l’istituzione testamentaria, non perché abbia riconosciuto che le donazioni fossero state fatte con dispensa, ma in base al rilievo che ciascuno dei coeredi donatari aveva avuto più della legittima. La considerazione è irrilevante, perché, fra i soggetti di cui all’art. 737 c.c., le donazioni sono soggette a collazione anche se non siano esse stesse lesive della legittima. Costituisce principio acquisito che per la collazione non esiste differenza tra disponibile e indisponibile e il riferimento che a tali concetti fa l’art. 737 c.c., non rende rilevante la distinzione ai fini della collazione, ma costituisce applicazione del principio stabilito dall’art. 556 c.c., giacché la dispensa da collazione non può mai risolversi in una lesione dell’altrui legittima: il che peraltro non significa che se il valore della donazione dispensata eccede la disponibile, l’eccedenza è soggetta a collazione, ma piuttosto che il donatario è esposto, per l’eccedenza, all’azione di riduzione. Nel caso in esame, nessuno dei coeredi donatari si è avvalso della facoltà di conferire in natura le donazioni. Pertanto la sentenza è stata cassata in relazione a tale motivo e la Corte di rinvio dovrà operare la divisione dei beni relitti, tenuto conto delle donazioni ricevute in vita dai coeredi senza dispensa, nella misura in cui il valore complessivamente donato a uno dei due superi il valore donato all’altro. Il coerede, il quale abbia avuto di meno, avrà diritto di concorrere alla ripartizione del relictum misura maggiore, in modo che, conteggiate le donazioni già ricevute, sia assicurata la proporzione stabilita dal testatore.

Precedenti – Sulla facoltà di dividere la quota indivisa facente parte di un’altra comunione, in senso conforme, Cass., 23 luglio 2020, n. 15764, in DeJure. Sulle modalità di attuazione della dispensa da collazione si veda Cass., 12 marzo 1966, n. 711, in Foro it., 1967, I, 125; Cass., 13 settembre 1975, n. 3045, in Rep. Giur. It., 1984, n. 12 Divisione; Cass., 6 dicembre 1971, n. 3540, in DeJure. In merito al rapporto tra collazione e lesione della legittima si veda Cass., 12 marzo 1966, n. 711, cit.; Cass. 10 dicembre 2020, n. 28196, in DeJure; Cass., 9 maggio 2019, n. 12317, in DeJure.

Nota bibliografica – In tema di divisione si veda Ferrucci e Ferrentino, Successioni e donazioni, II, Giuffrè, 2015, 1287 ss.; Venosta, La divisione, in Tratt. dir. civ., a cura di sacco, Utet, 2014; Amadio e Patti, La divisione ereditaria, IPSOA, 2013, passim; Bonilini, La divisione, in Dig. disc. priv., VI, Utet, 1990, 482; Burdese, La divisione ereditaria, in Tratt. dir. civ. it, diretto da Vassalli, Utet, 1980, 83. In tema di collazione si veda Busani, La successione mortis causa, CEDAM, 2020, 1497 ss.; Barba, Clausola di dispensa dalla collazione, in Clausole negoziali, a cura di Confortini, Utet, 2017, 267 ss.; Bonilini, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, Utet, 2016, 249 ss.; Ferrucci e Ferrentino, Successioni e donazioni, cit., 1365 ss.; Carnevali, Collazione, in Digesto civ., II, Utet, 1988, 472; Iaccarino, Le liberalità indirette, IPSOA, 2011; Coffari, Note sulla collazione, in Riv. not., 1976, 314.

di Gloria Giorgi
Dottore di ricerca presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio di Chieti – Pescara, Avvocato in Bologna
gloria.giorgi@unich.itgloria.giorgi2@unibo.it

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